Saverio Costantino
Saverio Costantino
Vita di città

"Spinazzola in osservazione", il mio paese abitato dai fantasmi dell'anima

L'attualità spinazzolese a dieci anni dai risultati del progetto condotto dall'Age

Sono passati 10 anni dal progetto di ricerca effettuato nel 2010 dall'Age dal titolo "Spinazzola in osservazione" che aveva come scopo quello di conoscere i bisogni locali per poter programmare interventi mirati al benessere dei cittadini spinazzolesi.

Uno studio che oggi sembra una preziosa eredità culturale e scientifica, in antitesi alle volatili considerazioni sempre cosi evanescenti e ritrattabili.

In quello studio fatto da Age attraverso un questionario, si poneva fra le altre la domanda: "Quale ritiene sia il limite maggiore della città di Spinazzola?". Dagli esiti si evinceva subito una insoddisfazione e un malessere a cui non si sa come apportare correttivi.

Le principali insoddisfazioni emerse, infatti, furono:
  • esigenze di lavoro per i giovani,
  • mancanza di servizi di assistenza socio-sanitaria,
  • isolamento geografico,
  • mancanza di strutture aggregative per i giovani,
  • mancanza di progresso commerciale,
  • raccolta differenziata,
  • una percentuale di cittadini definiti "senza speranza".
Dalla rilevazione emergeva anche che a questi problemi nessuna amministrazione aveva saputo dare soluzioni.

Cosa si propone per migliorare la qualità della vita a Spinazzola? È questa la domanda successiva a cui, a parte una buona percentuale di risposte in bianco, alcuni proponevano in risposta:
  • incremento attività produttive e commerciali,
  • assistenza sanitaria per la gran parte della popolazione anziana,
  • servizi sociali,
  • più strutture sportive e luoghi di aggregazione per i giovani.
Da Psicologo-Psicoterapeuta e da cittadino, penso che accanto a queste problematiche "senza soluzioni" proposte da parte dei cittadini, ci sia anche quella delle relazioni sociali che trovo sempre più carenti.

Ancora una volta bisogna rilevare che manca il senso di appartenenza al paese, qui si vive quasi per sbaglio, mentre si sente forte il bisogno di evadere verso altre realtà. Non mancano poi le continue denigrazioni verso coloro che intraprendono nuove attività e/o iniziative, tale contenuto dal sottoscritto elaborato come una adesione alla sindrome di Procuste.

Ci manca quel campanilismo positivo che fa sentire uniti. Sottolineerei questo senso di solitudine dovuto anche all'emigrazione non solo dei giovani per motivi di studio e di lavoro, ma anche dei tanti genitori pensionati che raggiungono i figli per stare loro vicini ed aiutarli. Ciò ha impoverito ulteriormente il tessuto sociale, i rapporti familiari, quelli di buon vicinato. Ci sono sempre più porte chiuse, condomini vuoti, speranze appese a cartelli "Vendesi". Il covid epocale e ormai condizionatore della nostra psiche e delle nostre relazioni ci coglie direi preparati, quel trend di chiusura che ormai si esplicita con una esposizione social così stressata, da risultare pienamente in equilibrio con la patologia, e un sipario trasparente di sanità.

Mi piace la citazione di una ragazzina che ora è il mio slogan: "non bisogna amare ciò che è perfetto, bisogna rendere perfetto ciò che si ama".

Insomma, di qui il mio punto di partenza per ridare a questa lettura non una dimensione statica, ma impegnativa, se si lavora per fare qualcosa, quel qualcosa diventa così bello e prezioso.
Dopo 10 anni le profezie si sono solo confermate, trend negativo per l'emigrazione, negativo per i servizi sanitari, trasporti, quindi tutto ciò dove ci porta? A costruire un paese fantasma?

Non siamo soli in questo trend, ma anche la società in genere sta depauperando il senso della costruzione delle relazioni e delle motivazioni a credere in ciò che è vicino, piuttosto che lanciare lo sguardo così lontano da perdersi.

Sfatiamo il mito che altrove si trovi il meglio, seppure alcune esperienze vanno fatte fuori e alcune vanno conservate fuori come una autonomia delle origini evolutiva e necessaria.
Insomma, si rischia di non vedere neanche il positivo.

Completo la mia riflessione con le considerazioni della presidente AGE Lucia Glionna: «In questo periodo di pandemia, ricordare e ripercorrere mentalmente le tappe che 10 anni fa hanno portato alla realizzazione dell'Osservatorio Sociale locale (OSL) fa veramente male sia perché i cambiamenti avvenuti in questi anni sono stati decisamente negativi (aumento dell'emigrazione, chiusura dell'ospedale, attività commerciali per citarne alcuni evidenti), sia perché tutte le amministrazioni che si sono succedute non hanno tenuto in alcun conto i risultati emersi, in particolare, i punti relativi alla sanità, ai servizi sociali e alla persona.

Un progetto nato con l'obiettivo di conoscere i bisogni locali dei cittadini per poter programmare da parte dell' Ente Locale, interventi "concreti" e mirati a rispondere alle richieste dei cittadini.

Era questa l'opportunità offerta dal CSVSN "S. Nicola di Bari", con la collaborazione dell'"Agenzia per l Inclusione Sociale", alla presenza qualificata della sociologa, Valentina Di Vietro, dello psicologo Saverio Costantino, del ricercatore Istat Edo Patruno, all'impegno dei soci A.ge, ai rilevatori giovani e non, e di tanti che a vario titolo hanno collaborato alla riuscita del progetto.

Ripercorrendo le tappe del progetto viene da chiedersi: Perché un'associazione di genitori ha deciso di affrontare l'obiettivo della conoscenza del tessuto sociale nel quale opera?

La risposta è che al centro della "mission" dell'Age vi è la persona e in particolare la famiglia, organismo cardine della società in cui sono intercettati in modo trasversale tutti gli aspetti della vita ed ogni tratto del sociale.

In conclusione, si può affermare che la nostra città ha percorso in questi 10 anni, un cammino "a gambero", qualche passo avanti e qualche passo indietro, potrà esserci una prospettiva di cambiamento? Ci auguriamo che passata la pandemia, si possa recuperare il senso di "comunità" intera e affiatata in tutte le sue componenti per ritrovare il coraggio, il pensiero positivo e soprattutto amore verso il proprio paese, perché si può far crescere solo ciò che si ama. L'augurio è che questa auspicata inversione di tendenza possa partire dalle nuove generazioni a cui la comunità può "dare ali per volare e radici per restare". Dalle crisi l'uomo è sempre uscito attuando dei cambiamenti radicali, ne usciremo anche da questa e non saremo più gli stessi di prima.

Come? È difficile dirlo occorre guardare dentro noi stessi e con J.F. Kennedy "Non chiedevi cosa posso fare per voi, ma cosa potete fare voi per il paese"».

Io, per esempio, non credo nell'isolamento geografico e neanche nella nostra posizione periferica; sono un sostenitore di una nostra centralità tra due territori di cerniera Puglia e Basilicata, con due linee ferroviarie che si snodavano da Spinazzola, la Rocchetta – Gioia e la Spinazzola -Barletta, ora si ritorna a credere in tali linee e sinceramente le ritengo una grande opportunità per un territorio inserito nel parco, altra opportunità importante in un territorio bellissimo.

In discussione sempre il credere e operare, quindi non si discute un paese, il mio paese, in contro tendenza al dispregiativo "Stu Paieis", quasi non ci appartenesse, in discussione è chi ha solo preso senza dare, e chi ha dato senza prendere, nel mezzo gli indifferenti opinionisti.

Per fare qualcosa non bisogna essere sindaci o assessori, ammesso che lo facciano per dare, offrire o per prendere; basta essere cittadini volenterosi, eroi dei piccoli comportamenti, come il rispetto dell'ambiente, l'operatività nel proprio ambito capace di restituire orgoglio a quello che si fa. Parlare di tipicità non significa pensare alla salsiccia a punta di coltello, ma alla semplicità della accoglienza in un territorio dove sicuramente registi importanti hanno costruito set cinematografici di film di grande successo, vedi "Tolo Tolo" di Checco Zalone, record di incasso e popolarità, trend per il nostro paese diventato famosissimo, tanto famoso da farci sognare.

La ristorazione, il territorio, una agricoltura culturale che valorizzi i prodotti e la specificità vocazionale, queste le sfide, poi le nostre distanze sociali, cosi strette, ci fanno intessere presunti amori, presunti pettegolezzi con l'auspicio che a tutto ciò rimanga tempo per operare. Ognuno faccia la propria parte. Rimanere è sempre più difficile che scappare, ma come sempre vi lascio alcune riflessioni, aspettando il prossimo "sindaco che come sempre non farà nulla per il paese ", rivendichiamo il senso dell'appartenenza da veri protagonisti e non da opinionisti. Il nostro giardino se curato può essere più bello di quello del vicino, e io sono orgoglioso del mio paese, anche se purtroppo non di molti che lo abitano distruggendolo.
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